Con il favore della crisi sanitaria, che impone scelte radicali, la narrazione liberista prova a descrivere lo smart working come la nuova frontiera del lavoro, densa di opportunità. I benefici possono essere notevoli in molti casi, ma lo sono anche le trappole che nasconde. Si tratta davvero di un trampolino verso il lavoro futuro, o piuttosto di una finestra che può farci riaffacciare pericolosamente sul passato?

Si è fatto un gran parlare di smart working da quando l’epidemia Covid-19 ha imposto a molti il lavoro da casa.
Dal 23 febbraio, nel giro di poche settimane il numero di persone ad utilizzare questa modalità di lavoro è più che raddoppiato in Italia, superando 1,8 milioni (dati Ministero del Lavoro, 1/5/2020).
Per alcuni versi è stato il modo per garantire una fonte di reddito, evitando di ricorrere agli strumenti ben più temibili delle casse integrazione e dei licenziamenti.
 D’altra parte, la celebrazione di questo strumento da parte della politica e dei mezzi di informazione, spesso con toni eccessivamente entusiastici, non ha trovato sempre una corrispondenza nella realtà pratica.

Con lo smart working, come è noto, non vige l’obbligo di doversi recare sul luogo di lavoro, si può al contrario lavorare ovunque ci siano le condizioni necessarie per svolgere in sicurezza le proprie mansioni. Non si è inoltre tenuti ad osservare orari di lavoro prestabiliti, con la facoltà quindi di gestirsi in autonomia le otto ore della giornata lavorativa.
È innegabile che il lavoro in regime di smart working porti dei vantaggi per quanto riguarda il bilanciamento vita-lavoro, la riduzione degli spostamenti e dei relativi costi, la diminuzione delle emissioni inquinanti. Molti lavoratori sperimentano con lo smart working condizioni di vita migliorate, soprattutto considerando le situazioni dei pendolari con lunghe tratte di percorrenza quotidiana.
Si riesce a minimizzare i tempi morti, ritagliandosi spazi per riorganizzare impegni personali in orari che diversamente sarebbero impossibili, e rimane più tempo anche per gestire le incombenze domestiche.
In queste settimane la decretazione d’emergenza ha temporaneamente liberalizzato lo smart working, consentendo l’accesso ad una platea molto vasta di lavoratori che hanno usufruito per la prima volta delle possibilità suddette.

Il lavoro agile del resto ha molti altri aspetti meno edificanti, che a occhi poco attenti possono sfuggire in un primo momento.
Non ci riferiamo solo a quegli inconvenienti che ben presto vengono riscontrati, cioè la frequente inadeguatezza delle postazioni di lavoro domestiche, con gli inevitabili mal di schiena e mal di testa che la posizione scorretta comporta.
Non ci riferiamo neanche a quell’altro effetto collaterale, seppur molto serio, che è l’isolamento, il calo drastico della possibilità di contatto sociale, di confronto e crescita che un ambiente di lavoro tradizionale dovrebbe teoricamente garantire. Questi fattori nel lungo periodo iniziano a pesare sensibilmente sull’umore e sulla motivazione del lavoratore.

Partiamo semmai dalla considerazione che lo smart working rappresenta un enorme risparmio dal punto di vista aziendale.
Si abbassano prima di tutto i costi di struttura: pochi dipendenti in sede contemporaneamente significano bollette più basse per energia, acqua e gas; la possibilità di locali più piccoli e quindi di affitti più bassi; si risparmia sulle spese di pulizia; si risparmia sui costi di mensa e buoni pasto.
Il punto è che quasi tutte queste voci ricadono invece sulle spalle del dipendente, le cui spese aumentano per i pasti da consumare, per il riscaldamento invernale e per il condizionamento estivo dell’aria, per le altre utenze domestiche, oltre che per la connessione internet e l’eventuale computer, che non sono disponibilità gratuite o da dare per scontate.

Oltre a questo, diversi studi indicano che il rendimento del lavoratore in smart working cresce mediamente del 20%, a tutto vantaggio del datore di lavoro.
L’immagine idilliaca del dipendente che lavora sereno all’ombra di un pergolato, padrone dei propri spazi e dei propri tempi, si scontra con quella più realistica del lavoratore costretto a condividere connessione internet e ambiente domestico, spesso privo del diritto alla disconnessione e con tendenza a lavorare ben oltre le otto ore quotidiane. Situazione aggravata ancor di più, in questo periodo di emergenza sanitaria, dalla necessità di conciliare il lavoro con la presenza di eventuali coniugi e figli, questi ultimi costretti in casa dalla chiusura delle scuole fino a data da stabilire.

Soprattutto, le ricerche evidenziano che il lavoro smart, senza adeguati vincoli, tende a spostarsi in molti casi dal lavoro su base oraria verso il lavoro ad obiettivi. Uno scenario frequente è questo: al datore di lavoro non importa come il dipendente distribuisca nella giornata le ore di lavoro (meglio, perché così perde senso il concetto di straordinari, e si ha il pretesto per fare richieste in orari improbabili), in realtà non interessa neanche più molto se lavora le classiche otto ore, basta che sia tutto pronto per dopodomani. Il risultato è che quello che sulle prime sembra una conquista di libertà, nelle mani delle imprese più aggressive e nei confronti dei dipendenti più precari diventa presto uno scivolamento verso il cottimo, un ritorno a modalità di lavoro domestiche pre-industriali, ottocentesche, con carichi di lavoro superiori al consueto.

In sostanza lo smart working, ad un livello più generale, costituisce l’ennesimo strumento ideato dall’impresa per massimizzare i profitti senza dover fare investimenti, innovazione o formazione. Le aziende riescono così ad essere più competitive, semplicemente erodendo reddito dai lavoratori.
Questa ennesima estrazione di profitto alimenta un enorme trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto (dal lavoro al capitale, come sarebbe più corretto dire) che a livello globale si stima raggiungerà i 10.000 miliardi di dollari entro il 2030 (fonte Regus).
Senza considerare le agevolazioni fiscali riservate alle imprese che adottano modalità di lavoro agile, un’ulteriore deviazione di risorse pubbliche dai lavoratori verso le imprese.

In questo quadro che già di per sé chiarisce gli interessi in gioco, si aggiunge la difficoltà per i lavoratori di organizzarsi e lottare per i propri diritti. 
Quando il lavoro si frammenta, e si è divisi non più solo in piccole unità lavorative, ma addirittura atomizzati come entità lavorative individuali, ogni rivendicazione sindacale può diventare un obiettivo irraggiungibile per l’ovvia difficoltà di confrontarsi e riunirsi, anche fisicamente.
In questo senso lo smart working rappresenta a nostro avviso l’ultima tappa di quell’imponente processo di ristrutturazione capitalistica che già a partire dagli anni ’70 ha avuto la funzione di neutralizzare le lotte sindacali e annichilire il movimento operaio.
Per riuscire a smontare coesione e potere contrattuale dei lavoratori, non ci si è serviti solamente dell’automazione, del toyotismo, della precarizzazione, della disoccupazione strutturale, delle delocalizzazioni, delle esternalizzazioni, della rottura dell’unità dei lavoratori dividendoli per livelli. Si è agito anche attraverso il progressivo frazionamento delle masse lavoratrici su unità produttive più piccole, fenomeno di cui lo smart working rappresenta oggi il punto di arrivo. La disgregazione del corpo lavorativo oggi è ai massimi storici, al contrario dell’organizzazione sindacale dei lavoratori.

In questa vera e propria guerra di classe condotta dall’alto, che punta a riprendersi quanto è stato conquistato prima degli ultimi quarant’anni, si colloca anche l’altro fronte aperto per indebolire l’avanzata delle rivendicazioni operaie, quello culturale.
L’impresa si propone sempre più come sponsor dei nuovi valori dell’attuale pensiero dominante, quello fondato sui miti della competizione e del successo, sul primato dell’individuo sul collettivo, sulla leadership, sul talento, con i quali punta a dotare il lavoratore di nuove lenti di lettura del mondo, privandolo delle sue storiche categorie concettuali, quelle di classe.
In questa ottica vanno viste le attività di team building, le feste, i regali, i momenti motivazionali, l’adozione di ritualità e codici di comunicazione propri, la retorica dell’interesse comune azienda/lavoratori (temi che abbiamo già affrontato qui).
Strategie che mirano a promuovere un universalismo culturale aconflittuale ed entusiastico, ad addomesticare il consenso del dipendente, ad incentivarne l’identificazione nell’azienda. Strategie funzionali in ultima istanza a stroncare ogni residuo antagonismo di classe tra capitale e lavoro, ancora oggi la bestia nera per l’impresa.

L’attuale pandemia rappresenta un’opportunità unica per l’impresa di accelerare il processo di diffusione delle modalità di lavoro agili e informali, ora che lo Stato ha eliminato rapidamente ogni vincolo di accordo sindacale e ne incentiva l’adozione, mentre le classi dirigenti inviano i loro esponenti e i loro tecnici a magnificare su tutti i mezzi di informazione i miracoli che lo smart working promette.
È chiaro che non tutte le aziende contribuiscono consapevolmente a questo processo di ridefinizione del rapporto di lavoro, molte più pragmaticamente ne sfruttano solo i vantaggi. Quello che è certo è che ne sono ben consapevoli le loro associazioni di categoria, Confindustria in primis, che hanno individuato un nuovo strumento per accrescere i margini di profitto ed il comando sul lavoro, e come tale lo incoraggiano presso i propri associati.

Lo smart working può essere in definitiva uno strumento utile nelle mani dei lavoratori, solamente quando è un’opzione e non un obbligo.
Sta a noi utilizzarlo intelligentemente perché le sue modalità di fruizione garantiscano tempo liberato dal lavoro, usandolo e non facendosene usare come nuova modalità di sfruttamento.
Sta a noi fare in modo che non rappresenti l’atto finale di quella controrivoluzione neoliberista che pezzo per pezzo sta provando a smontare il ruolo dei lavoratori e i loro diritti, così faticosamente conquistati nel tempo.